Quale processo è alla base della tendenza a sviluppare un legame affettivo nei confronti di chi ci rifiuta? Verrebbe da definirla una forma di perversione masochistica, ma a ben guardare si tratta di un meccanismo di tipo comportamentale osservabile con estrema chiarezza negli animali.

Se ad esempio ad un cane diamo da mangiare tutti i giorni lo stesso tipo di cibo (più o meno succulento, ma sempre uguale) si aspetterà sempre quel livello di gratificazione costante e manterrà con noi un rapporto stabile, senza sviluppare particolari attaccamenti. Se, al contrario, gli offriamo un giorno anonimi croccantini, il giorno dopo una fiorentina, quello seguente bucce di patate, poi gli imponiamo arbitrariamente il digiuno, di seguito nuovamente una carne pregiata e così avanti, in modo del tutto casuale, il cane mostrerà un comportamento instabile e nervoso e svilupperà nei nostri confronti un attaccamento forte.

Ma non si tratta della stessa dinamica alla base di nostri ricorrenti legami? Perché se l’altro mi tiene sempre a digiuno e non mi guarda proprio o mi dà sempre carne di prima scelta votandosi alla mia persona, è difficile che io sviluppi attaccamento nei suoi confronti, Anzi, nel primo caso, se mi accorgo di lui, è solo per affermare che è pieno di sè, nel secondo caso lo trovo tendenzialmente un po’ insulso. In entrambi i casi la sua presenza scivola via sul piano inclinato della mia indifferenza, senza che mi tocchi nel profondo. Al contrario l’imprevedibile alternanza nel comportamento di una persona, che mi dedica uno sguardo intenso o una parola piena di amore un giorno e quello seguente mi tratta come non esistessi, realizza quel rinforzo a singhiozzo che determina un profondo legame emotivo e inchioda in una relazione frustrante. Quando la dipendenza è servita, è molto faticoso svincolarsene.

L’alternarsi imprevedibile di penalizzazione e gratificazione, di distacco e amore, di indifferenza e cura realizza quel mix micidiale di ingredienti da cui nasce la dipendenza. Strutturandosi nel tempo, le modalità che caratterizzano i due poli della relazione diventano manipolazione devastante da un lato, annientamento di sé dall’altro.

E’ l’intermittenza della gratificazione che ci inchioda.

Il primo ad osservare questa dinamica fu lo psicologo Skinner che si accorse della facilità nell’ addestrare un topolino ad abbassare una levetta, dandogli in premio del cibo.

Quando i ricercatori iniziarono a ricompensarlo con frequenza irregolare, il topolino non perse interesse per la levetta, cominciò a schiacciarla compulsivamente, alla disperata ricerca di quella gratificazione iniziale. Come quando controlliamo nevroticamente il telefono nella speranza di ricevere un po’ di miele.

Osservando noi stessi – come fossimo puri reperti da laboratorio – in balia delle medesime dinamiche che governano cani e topi, viene da sorridere. E da prenderne le distanze. Penso che questo sia il primo passaggio per emanciparsi da meccanismi che conducono all’ automortificazione. E che l’esito di questo processo di emancipazione sia arrivare ad affermare che “in amore vince chi ama”.

Un grazie di cuore alla Dottoressa Titta Genova che nel corso dell’incontro dedicato all’amore, tenuto nello spazio per eventi Pergola15, ha presentato in modo terso i suoi studi e ha messo a nudo le dinamiche descritte, invitando i presenti a saltare il fosso in cui un manipolatore in agguato potrebbe far scivolare. Per non cadere più nella trappola del topo.