Perché l’Isola? Perché è il punto dove io mi isolo, dove sono solo: è un punto separato dal resto del mondo, non perché lo sia in realtà, ma perché nel mio stato d’animo posso separarmene. (Giuseppe Ungaretti)
All’Isola, vent’anni fa, mi sono sentita subito a casa perché ho avuto la sensazione di calarmi nel piccolo paesino di tutte le estati della mia infanzia. La sensazione di ambiente familiare era immediata: in pochi metri trovavi la chiesa, il panettiere, il falegname, l’edicola, …tutto quello che anima un paese. Un sapore di vita in strada.
Diceva Cesare Pavese (La luna e i falò): “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. E questo senso di borgo fuori dal tempo io l’ho trovato tra le vie e le case dell’Isola. Case di inizio ‘900, con metrature piccole. La casa dell’operaio era infatti di 50 metri quadrati, quella del ceto medio 70/80. Negozi piccoli, botteghe singole, una volta di artigiani. Magari qualche magazzino all’interno dei cortili. Strade strette.
E, come sottolinea l’amico Pier Vito Antoniazzi, coordinatore del distretto urbano del commercio Isola, questa conformazione urbanistica, questo genius loci, ha prodotto una lentezza nella gentrificazione, una soft gentrification dell’Isola. Perché qui ci sono molte case demaniali, che vuol dire case in affitto. C’è un mix sociale e un mix generazionale. Le case piccole, infatti, sono ideali per i giovani, single o coppie che siano. Tutto questo a fianco di uno dei più grandi interventi urbanistici e immobiliari, che hanno creato la realtà di P.ta Nuova.
“Io amo pensare alla mia isola come a un luogo dove puoi trovare qualunque tipo di contraddizioni. Troverai sempre che tutto ha un fondamento. Però certamente, il fatto che sia un’isola ha influito moltissimo sulla capacità di ragionare, ma anche, forse, sulla capacità di sragionare…” (Giuseppe Tornatore).
E nel quartiere Isola a Milano è facile trovino spazio realtà apparentemente fuori dal tempo, lontane dalle abitudini e dai rituali condivisi nel resto della città-continente: così vi lavorano artigiani che da altre parti la modernità ha spazzato via, aprono negozi di nicchia che offrono servizi introvabili altrove, nascono progetti nuovi, si trasferisce tra queste strade – Via Pastrengo – un geniale artigiano napoletano che lavora l’argento.
Proprio qui una vecchia pesa industriale in Via Angelo della Pergola 11, dopo aver ospitato per anni l’associazione italiana di capoeira, si sbianca, diventa neutra, rinasce. Si trasforma in un involucro sgombero e accogliente, inizia ad ospitare feste, showroom, anniversari, esposizioni. Diventa contenitore di sogni altrui. Più prosaicamente spazio per eventi, location Pergola15.
Si dice che l’insularità accentui la vena sognatrice di ognuno di noi. L’essere costretti ad immaginare cosa ci sia dall’altra parte dell’orizzonte mantiene sospesi in un limbo che oscilla tra il desiderio inquieto di espatrio e il tepore confortante di una tana. E dilata la nostra vena visionaria.